alessandrobarcella.it logo

NGUJUAR - INCHIODATI

‘Ngujùar. Tappati in casa, inchiodati, condannati a un’esistenza da sepolti vivi. E’ il destino dei piccoli di Bardhaj e della loro mamma, abbandonati a sé stessi dalle istituzioni e dalla pietà umana. Una manciata di povere case sparse nella brulla campagna attorno a Scutari. Albania profonda, quella dell’estremo Nord, terra al tempo stesso “culla della cultura” nazionale e patria d’origine del “Kanun”. Un codice vecchio di oltre 600 anni, il diritto consuetudinario delle genti della montagna voluto dal condottiero Leke Dukagjini. Quello stesso codice che, accanto alle norme che regolano matrimoni e questioni di confine, introduce la “presa del sangue”. Gjakmarrja in albanese, un occhio per occhio infinito: l’omicidio di un membro della comunità deve essere “riparato” versando il sangue di un altro maschio della famiglia dell’assassino, sino alla terza generazione.
Una sorta di deterrenza al crimine stabilita in mancanza dello Stato, in villaggi isolati e raggiungibili solo a dorso di mulo. Seicento anni dopo la Legge della Montagna scandisce ancora le vite di troppi albanesi. Una Legge che ha smarrito per strada il principio dell’inviolabilità di donne e minori, oggi non più al riparo dalla Vendetta. Una vergogna che sta segnando in modo indelebile le vite dei piccoli di Bardhaj. Zhef ha quattordici anni, un’adolescenza imbrigliata dalla “responsabilità” di essere l’uomo di casa e occhi sempre guardinghi. Dietro le sue gambe il piccolo Marcel, 9 anni, pronto a scattare ad ogni cenno del fratello. Più in disparte, una Barbie sgualcita sempre in mano, la bella Marcela, 11 anni. Sono occhi timidi i suoi, creatura silenziosa ma capace di enormi sorrisi che esplodono all’improvviso. Bimbi che potrebbero essere i nostri, intenti a calciare un pallone di spugna o sul divano a guardare i cartoni animati. Ma quelli di Bardhaj sono bambini “speciali”, i cui sguardi raccontano tutto lo smarrimento di chi non è mai uscito di casa. Mai oltre quel cancello azzurrognolo arrugginito, mai una corsa sfrenata lungo il vialetto in terra battuta, mai un salto del canale fognario che corre lì davanti. Smarrimento e terrore: oltre quelle Colonne d’Ercole, li attende la Vendetta. Un mostro senza volto come negli incubi notturni, ma che non si dissolve al risveglio. Un mostro che vuole il sangue di uno dei due maschietti di casa, per vendicare altro sangue versato quasi 20 anni fa dal loro papà. Un papà che non c’è più a proteggerli, a pagare il suo “debito”. Succede tutto in pochi secondi di una serata alcolica trascorsa davanti alla tv, in casa di un amico. Una parola di troppo, i fumi dell’ennesima birra a sconvolgere la mente, una coltellata mortale. Da marito esemplare ad assassino, e la macchina ancestrale della Vendetta si mette in moto. E allora nulla conta se l’omicida viene preso e condotto in prigione, per scontare la giusta pena inflitta dallo Stato. Passano appena tre anni però, e la Storia decide di mettere il proprio zampino in quel dramma. E’ la primavera del ‘97, periodo conosciuto come “anarchia albanese”. L’anno prima era crollato il sistema delle piramidi finanziarie, follia collettiva di prestiti concessi a pioggia ma a tassi da strozzinaggio. Una febbre che contagia milioni di albanesi, e che quando il sistema implode porta metà Paese a perdere tutto in un istante. E’ il caos: morti nelle proteste di piazza, assalti ai depositi d’armi, carceri in fiamme tra regolamenti di conti ed evasioni in massa. Esce anche quel papà, che corre a rifugiarsi tra le quattro mura di casa. Un’onta ancora più pesante per la famiglia che piange il morto, e la certezza assoluta che quel sangue andrà ripagato allo stesso modo. Ngujùar:un papà, la giovane moglie e una bimba di quasi 4 anni, auto-reclusi e ad attendere solamente il proprio turno di Morte. Sono anni di stenti, zucchine e pomodori rinsecchiti dell’orto come unica fonte di sostentamento. Ma il destino non fa sconti e il dramma si ripresenta alla porta. Vergogna, depressione, stanchezza per un isolamento non più accettabile: l’uomo si toglie la vita, trascinando con sé in quella follia la figlia quattordicenne Marjiana, nata nel frattempo. Il gesto impulsivo di un uomo stremato, compiuto davanti agli occhi del piccolo Marcel. “Vi prego di non parlare con lui del papà – implora con gli occhi gonfi la donna -, non ha ancora superato il trauma”. Il rancore sordo di Marja verso quel marito è forte, ma non c’è tempo per guardarsi indietro. Ci sono tre piccoli da difendere, c’è un Dracula in agguato oltre il cancello. “La famiglia della vittima in tutti questi anni non ha rinunciato alla vendetta – prosegue la donna – e più volte si sono avvicinati al portone per minacciare. Abbiamo provato attraverso intermediari a chiedere il perdono, ma non ne vogliono sapere. Stiamo aspettando”. La vita deve proseguire, anche se in un’atmosfera irreale. Qualche amico, solo fino alla soglia del cancello, per tirare due calci al pallone, una maestra 3 volte a settimana mandata dallo Stato, e i sogni di un bambino. “Da grande voglio fare il giudice”, raccontano all’unisono sia Marcel che Marcela. Un sogno che stupisce, forse proprio a voler riparare quei torti che li inchiodano in pochi metri quadrati di libertà. E l’ometto di casa? “Io voglio diventare un calciatore – dice Zhef sorridendo – e il mio preferito è El Shaarawi”. I sogni ingenui dei nostri figli, ma che appartengono ad un bimbo che non ha mai visto un campo da calcio con i propri occhi.
E lo Stato cosa fa? Duemila lek al mese di sussidio appaiono ben poca cosa, 15 euro appena (a fronte dello stipendio medio di un lavoratore privato che è di circa 150 euro, ndr). E per fortuna che c’è la figlia più grande, una ragazza di 20 anni che è l’unica ad uscire di casa e a poter lavorare. Pochi lek al mese però, e la necessità di sgattaiolare oltre il cancello senza essere vista né riconosciuta. “Non dobbiamo attirare l’attenzione dell’altra famiglia”, racconta nascondendosi all’obiettivo della macchina fotografica. “Lo Stato ha scelto finora di mettere sotto il tappeto la situazione ma ora occorre fare qualcosa di più drastico, innanzitutto istituendo una divisione della Polizia dedicata al fenomeno”. Nest Margjoka è un combattivo avvocato impegnato da anni nella tutela dei diritti civili, con un progetto concreto da presentare al Governo: “Lavoro per le famiglie coinvolte, bambini a scuola nelle classi pubbliche e assistenza economica decente”, spiega per sommi capi. E il diritto alla vita, un principio che da queste parti non suona naturale come dovrebbe. E’ “guerra” sui numeri stessi del fenomeno. Da un lato parte delle istituzioni a minimizzare, a ritenerlo quasi “debellato”. Dall’altra le associazioni laiche e cattoliche, che hanno attivato negli anni numerose iniziative. “Qualcuno è interessato ad accrescere le dimensioni della questione per garantire linfa vitale ai finanziamenti internazionali”, suggeriscono maliziosi a mezza voce più soggetti anche istituzionali. I numeri, dicevamo. Centosei omicidi con 83 persone condannate nel periodo 2004-2009, dicono i dati della Procura Generale di Tirana. Duecento famiglie coinvolte nel 2012 nella sola Scutari, aggiunge la Polizia Criminale. E’ sugli “auto-reclusi”, tuttavia, che i conti davvero non tornano. Centosedici persone chiuse in casa e 21 bambini che non vanno a scuola, dicono ancora quei dati, ma per alcune delle maestre incaricate di entrare in quelle stesse case il numero dei piccoli sarebbe sei volte maggiore. E nelle sole zone del Nord. “La porta della Chiesa sarà sempre aperta per chi si ravvede e cambia la propria mentalità di morte, ma a norma del canone 1331 si prevede la scomunica sia per quanti commettono omicidio sia per chi collabora o concorre affinché esso avvenga”, recita il decreto ufficiale emesso nel 2012 dalla Curia Arcivescovile Metropolitana di Scutari. “Bisogna togliere dal cuore dell’uomo quella rabbia di agire e di farsi giustizia da solo”, spiega l’Arcivescovo Angelo Massafra. Che qualcuno lo vada a dire alla famiglia della vittima, lì a Bardhaj, che non ne vuole sapere di quel perdono rituale di cui parla lo stesso Kanun. E allora chi salverà i piccoli Marcel, Zhef e Marcela? Sarà forse l’Europa, in cui l’Albania sta ora per entrare dopo cinque anni di attesa e ben 4 bocciature? Arriverà prima la sua mano o quella del Dracula assetato di sangue innocente?
Share
Link
https://www.alessandrobarcella.it/ngujuar_inchiodati-r6915
CLOSE
loading